CONTRO QUESTA UNIONE EUROPEA

Le Tesi che approvammo all’Assemblea Costituente a Giugno 2016 sintetizzavano con chiarezza la nostra posizione sulla UE: “L’Unione Europea non rappresenta tutti i popoli ed i Paesi europei e non è la nostra Europa: i comunisti, infatti, lottano per la prospettiva politica di un’Europa unita (dall’Atlantico agli Urali) di orientamento democratico e progressista sul piano interno e internazionale, che rompa con il quadro dato. Prima di una completa socializzazione dei mezzi di produzionenoi non vogliamo nessuna Unione Europea. Il nostro vero obiettivo, sul lungperiodo, consiste in una confederazione delle repubbliche socialiste europedall’Atlantico a Vladivostock. Daltra parte g Lenin, nel 1915, aveva scritto“la parola dordine degli Stati Uniti dEuropa è sbagliata”. Le sue idee, a tal riguardo, non divergevano da quelle espresse da Rosa Luxemburg nel 1911 tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismodell’unione degli stati europei, l’hanno fatto rivolgendola, esplicitamente implicitamente, contro il pericolo giallo, il continente nero, le razze inferiori’in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo”. Anche un grandsocialista, come Lelio Basso, aveva ben presente, nel 1949, che l’unificazione europea era solo uno strumento del dominio statunitense sul nostrcontinente: Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismnon ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tantparlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee queste continue rinunzie alla sovranità nazionale ”. Lelio Bassocontrapponendosi esplicitamente ad Altiero Spinelli e alle idee federaliste che tanti danni hanno inferto, in Europa, alle classi lavoratrici (in maniera semprp evidente dal 1978 in poi con l’istituzione del Sistema Monetario Europeoaveva ben presente il fatto che sono state la sconfitta militare e l’occupazione militare della seconda guerra mondiale a porre le “basi” concrete (basi NATOper intenderci)dell’unificazione europea. È, il nostro, un progetto ambizioso e di lungo periodo che fa da sfondo alla battaglia contro il contesto europeo vigente, all’azione di contrasto degli orientamenti antipopolari oggi egemoni entro l’attuale configurazione europea. Essa infatti si caratterizza sempre più come un processo di (dis)integrazione che, sul piano interno, è fondato sulla moneta unica, sul neoliberismo e sul modello mercantilistico tedesco (centrato sulla deflazione salariale come leva per il recupero delle competitività). Il processo di costruzione dell’Ue e dell’euro ha comportato sempre più la perdita di sovranità e la sottrazione di democrazia ai popoli e ai rispettivi legittimi parlamenti ed ha segnato l’acuirsi di contraddizioni: l’approfondirsi delle divaricazioni di classe, il deperimento della democrazia, una profonda crisi di civiltà e il permanere di tendenze che, assecondando la politica di aggressione e di guerra degli USA, mirano ad assicurare all’Europa il controllo di un’area “sub-imperiale”. Questa UE risulta impermeabile a qualunque tentativo di riforma. Ciò falsifica la tesi ostinatamente prevalente nell’establishment italiano secondo cui i problemi che affliggono l’Europa si risolvono con “più Europa”, cioè proseguendo e rafforzando il processo di integrazione in atto. Il problema non è quanta Europa ma quale Europa: quale progetto sociale, quali direttrici economiche ed internazionali e quale progetto di società. Non pensiamo ad alcuna chiusura autarchica e nazionalista ma alla costruzione di nuove forme di cooperazione economica, politica e valutaria tra stati sovrani, a rapporti stretti tra tutte le forze della regione pan-europea e mediterranea che operino con una logica alternativa a quella euro-atlantica, che ripudino la guerra, si autonomizzino dalla NATO e si aprano alla collaborazione coi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).” Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione di questo documento e la situazione per le classi popolari del nostro Paese non è affatto migliorata, né è cambiato l’orientamento generale che ispira l’Unione europea. A Bruxelles si discute circa la possibilità di “sconti” sui vincoli al bilancio pubblico dei singoli Paesi membri (ad esempio dell’Italia), ma tutto nel quadro di una continuità nell’applicazione dei “fondamentali” che ispirano la governance dell’UE. Si pensa a come procedere ad ulteriori trasferimenti di pezzi di sovranità nazionale e controllo delle regole fiscali, irrobustendo la centralizzazione delle decisioni e rafforzando il ruolo di monitoraggio e la dotazione finanziaria del Meccanismo Europeo di Stabilità (Esm). Lo scopo non è cambiato: per usare le parole dell’ex Ministro delle Finanze tedesco e attuale Presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, “sulla base del monitoraggio del Patto di Stabilità e Crescita e dei rischi dei singoli Paesi, fornire un sostegno finanziario temporaneo a condizione di riforme rigorose”. Non si tratta insomma di trasferimenti ordinari di risorse all’interno dell’Eurozona, ma di interventi sui “Paesi in grave difficoltà” in cambio di “riforme strutturali”. E’ precisamente la ricetta che ha ridotto alla fame il grosso della popolazione greca e permesso di ripagare le banche tedesche e francesi, creditrici nei confronti del Paese ellenico. Di mutualizzazione del debito, ovviamente, neanche a parlarne. Tuttavia in Europa, sui temi suddetti, la disfatta delle forze che fanno riferimento al gruppo parlamentare socialista e democratico, tra queste il PD, non ha lasciato il campo unicamente alle destre ed anzi è andato consolidandosi anche a sinistra un fronte anti-UE. In Francia ad esempio France Insoumise, il rassemblement che a sinistra si è raccolto attorno a Jean-Luc Melénchon (quasi il 20% alle ultime Presidenziali), ha posto in cima al suo programma un duro giudizio sull’Unione Europea e la sua moneta unica in sostanziale accordo con la nostra posizione, prefigurando un percorso di possibile affrancamento articolato in due tappe: un Piano A e un Piano B, cioè in prima battuta un
insieme di proposte per cambiare radicalmente il volto dell’Unione Europea e, quale extrema ratio, un piano alternativo per uscirne (“L’UE o cambia o si chiude”). In sostanza, quel che si propone è un orientamento totalmente alternativo, improntato al superamento del Patto di stabilità e dei precetti contenuti nei Trattati, all’abbandono degli orientamenti neoliberisti dedettami ordoliberisti in materia di politiche fiscali e sociali. Quindi: stop a liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici, disdetta dei trattati di libero scambio (Tafta tra UE e USA, Ceta con il Canada), controllo e tassazione dei movimenti di capitale per prevenire attacchi speculativi, fine dell’indipendenza della Banca Centrale Europea ( ente di diritto privato) e modifica della sua missione (non più votata pregiudizialmente al contenimento dell’inflazione ma alla crescita dell’occupazione) con divieto di tagliare la liquidità ad uno Stato membro, autorizzazione di aiuti a settori strategici da parte del singolo Stato, conferenza europea sul debito sovrano (che porti ad una moratoria, ad un abbassamento dei tassi di interesse, alla riprogrammazione o cancellazione parziale del debito). Nel nostro Paese gli orientamenti anti-UE stanno compiendo passi importanti. Sono state presentate presso la Corte di Cassazione due proposte di legge costituzionale di iniziativa popolare con cui si chiede la possibilità di celebrare altrettanti referendum consultivi o di indirizzo: l’uno in merito all’adesione o meno dell’Italia ai Trattati europei e l’altro per la riscrittura dell’art.81 della Costituzione, con ritorno al testo precedente l’introduzione (sollecitata da Bruxelles) del famigerato “pareggio di bilancio”. Oltre al Partito Comunista Italiano, presentatori della prima proposta sono soggetti componenti la piattaforma Eurostop tra cui l’Unione Sindacale di Base, la Rete dei Comunisti, Risorgimento Socialista; mentre la seconda è stata presentata dai giuristi del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. Come è noto, la nostra Costituzione riconosce esplicitamente la possibilità di referendum abrogativi (art.75), costituzionali (art.138) e territoriali (art.132) ma non prevede quella di referendum consultivi o di indirizzo. Tuttavia esiste il precedente di un referendum consultivo che fu tenuto il 18 giugno del 1989 per verificare la volontà dei cittadini italiani in merito al conferimento o meno di un ipotetico mandato costituente al Parlamento Europeo e che fu reso appunto possibile dalla preventiva approvazione di una legge ad hoc che lo consentisse. E’ precisamente questa la strada scelta dai presentatori delle odierne proposte di legge. Nel merito, anche in Italia si comincia quindi a passare dal terreno dell’analisi a quello dei fatti politici: un terreno, quest’ultimo, sul quale bisognerà agire affiancando alla difesa della sovranità popolare e dell’indipendenza nazionale il rafforzamento dei legami internazionalisti e nuove battaglie comuni del movimento operaio e della sinistra di classe su scala quanto meno continentale.

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